Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti nacque a Fratta Polesine il 22 maggio 1885 da Girolamo ed Elisabetta Garzarolo. Sotto l’influenza del fratello maggiore, Matteo, si avvicinò alle idee socialiste e, intorno al 1900, si iscrisse al partito, schierandosi con la corrente dei riformisti.

Tra il 1900 ed il 1909 la vita politica di Matteotti appare avvolta da una fitta nebbia: se si eccettuano alcuni ricordi, peraltro confusi ed imprecisi, di Costantino Lazzari[1], e pochi articoli apparsi su «La Lotta», il foglio socialista di Rovigo, risultano pressoché nulle le manifestazioni del pensiero politico di Giacomo Matteotti nei primi anni della sua militanza.

Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita nel 1907 presso l’Università di Bologna, e le morti dei due fratelli, Matteo e Silvio, avvenute nel biennio 1909-1910, l’elezione al consiglio provinciale di Rovigo (1910) sembra rappresentare una svolta nella vita di Giacomo Matteotti: nel 1912 fu sindaco di Villamarzana (ancorché egli risiedesse in un altro comune, la sua elezione fu possibile grazie ad una legge dell’epoca, che prevedeva la possibilità di candidarsi in quei comuni ove si possedevano dei terreni) e contemporaneamente consigliere di diversi altri comuni della zona, mentre, nei congressi delle Leghe di miglioramento e dei circoli socialisti del Polesine iniziò ad imporre la sua leadership politica, facendo valere la sua personale ed estremamente coerente lettura del riformismo ed aggregando consensi alla sua visione politica. Come ha osservato Mauro Canali, «per lui, le riforme non erano altro che un mezzo al servizio del fine rivoluzionario rappresentato dalla costruzione di una società socialista»[2]: ciò gli valse il palese riconoscimento dei rivoluzionari di Rovigo, che, contrariamente alle decisioni assunte a livello generale dal movimento sindacalista rivoluzionario a Modena (1912. In quella occasione decise di continuare la sua esperienza autonoma e di opposizione al partito socialista intrapresa nel 1907), decisero di rientrare nel PSI.

Tra i più fermi oppositori all’impresa libica, nel congresso socialista di Reggio Emilia del 1912 si schierò con i massimalisti, chiedendo l’espulsione dei “destri” Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, e condannando, senza mezzi termini, i tentennamenti dei riformisti di Turati. Non è possibile non mettere in rapporto la posizione antimilitarista di Matteotti nel congresso del 1912 con le vicende e le maturate convinzioni che furono alla base del “rientro” dell’ala rivoluzionaria nella federazione socialista rodigina: per dirla ancora con le parole di Canali, uno dei più qualificati studiosi di Matteotti, «la decisione di Reggio Emilia rivela in Matteotti e nel gruppo dirigente rodigino che veniva formandosi attorno a lui, il cosciente perseguimento di un disegno politico se non ancora ben definito tuttavia certo in fieri, in cui ad una indubbia avversione per gli eccessi opportunistici del riformismo si accompagnava la ricerca di dialogo e d’intesa con i settori della sinistra massimalista e rivoluzionaria»[3]. Non a caso, per definire la posizione di Matteotti si è coniato il termine riformista-rivoluzionario.

Il suo intransigente antimilitarismo lo collocò tra i più rigidi neutralisti in occasione del dibattito sulla partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale: in un articolo apparso su «Critica sociale», nel febbraio 1915, Matteotti giunse ad ipotizzare l’insurrezione popolare in caso di mobilitazione, una posizione non estemporanea né dettata dall’impeto di quel momento, ma meditata, come confermano alcuni passaggi contenuti nelle lettere indirizzate alla sua donna, Velia, il suo intervento del 19 marzo 1915 al consiglio provinciale di Rovigo, quando espresse il profondo rammarico «che il proletariato e il partito socialista italiano non sappiano in questo momento affermare la propria risoluzione di insorgere contro ogni guerra»[4]. A causa della sua posizione, Matteotti fu richiamato alle armi ed internato a Campo Inglese, in Sicilia Orientale, per l’intera durata del conflitto[5]. Congedato nel marzo 1919, nell’ottobre successivo partecipò al congresso socialista schierandosi con la frazione massimalista unitaria, capeggiata da Lazzari e Maffi, che rifiutava il modello rivoluzionario bolscevico in quanto estraneo alla storia dell’Italia e del suo proletariato. Ancora una volta, la posizione politica di Matteotti appare improntata ad una concretezza di fondo che, tuttavia, restava ben ancorata al superamento del modello capitalistico: egli temeva che le perentorie direttive della Terza Internazionale potessero minare l’unità interna del partito socialista. Non vi è dubbio che questa sua posizione nascesse dalla sua diffidenza verso la polemica teorica, fonte di divisione e di scomuniche ideologiche: restò, tuttavia, sempre viva la sua polemica nei confronti dei riformisti, responsabili della deriva che vedeva il mezzo anteposto e sostituito al fine, individuato nel superamento del capitalismo in favore di una società socialista.

Fu eletto per la prima volta alla Camera dei deputati con le politiche del novembre 1919.

Nello stesso periodo nasceva e si sviluppava in Italia lo squadrismo fascista, particolarmente attivo nella sua provincia: la sua attività parlamentare fu contraddistinta dalla continua denuncia del pericolo rappresentato dal fascismo, di cui fu il più acerrimo dei nemici. Non a caso, «i fascisti avrebbero perpetrato sulla sua persona, nel marzo del 1921, il più turpe degli oltraggi: la violenza carnale»[6]. Nonostante fosse diventato l’obiettivo principale degli squadristi rodigini, Matteotti fu confermato alla Camera nelle elezioni del maggio 1921.

La lungimiranza politica del deputato socialista è rilevabile anche nella posizione che egli assunse nel congresso socialista, tenutosi nell’ottobre 1921: ancorché il suo nome fosse tra i riformisti, egli si batté ostinatamente contro la logica delle frazioni, tentando di far comprendere ai suoi compagni di partito che la lotta doveva essere orientata verso il comune nemico (il fascismo) e non all’interno del partito. Tuttavia, la radicalizzazione dello scontro in atto nel partito socialista, compresso tra i massimalisti (che volevano sempre di più legarsi a Mosca) e i riformisti, ridusse i margini di manovra di Matteotti, che, per via della sua avversione ad una visione dogmatica e teorica della politica, si accostò sempre di più a questi ultimi. Quando nell’ottobre 1922, i riformisti decisero di fondare il Partito socialista unitario, egli ne divenne il segretario politico.

È fuori dubbio che le divisioni all’interno del fronte socialista giocarono a favore del fascismo, che proprio nel 1922 giunse al potere con il conferimento della carica di presidente del consiglio a Benito Mussolini: l’ascesa al potere del Duce, tuttavia, moltiplicò gli sforzi di Matteotti contro il fascismo. Si deve al deputato socialista la pubblicazione di un libretto-denuncia, Un anno di dominazione fascista, che ebbe larga circolazione in Italia: in questo documento, Matteotti compì un accurato studio sulle realizzazioni del fascismo nel suo primo anno di governo, denunciando i caratteri autoritari e corruttori del movimento guidato da Mussolini, che come è noto, poteva godere dell’ascendente della sua personalità per fornire al di fuori dei confini nazionali un’immagine di sé e del fascismo diversa da quella che effettivamente era. Quando fu rapito ed assassinato, Matteotti si apprestava alla pubblicazione all’estero del libro; secondo le tesi di Canali, i numerosi viaggi all’estero avevano lo scopo di permettere a tutti di conoscere la vera essenza del fascismo. Nell’ultimo viaggio prima dell’assassinio, in Belgio e poi in Inghilterra, Matteotti cominciò ad interessarsi dell’accordo tra il governo fascista e la Sinclair Oil, una compagnia petrolifera statunitense, che concedeva a questa società il monopolio della ricerca petrolifera in Italia.

Ancorché non vi sia identità di vedute tra gli studiosi, sembrerebbe che una delle principali concause che portarono all’uccisione del deputato socialista fosse proprio il timore di una denuncia alla Camera dei deputati delle irregolarità dell’accordo e delle numerose personalità di governo e fasciste coinvolte in clamorosi fatti di corruzione, come dimostra la pubblicazione di documenti che attestano come il governo fascista si aspettasse un attacco proprio in merito alla “convenzione Sinclair Oil”[7].

Dopo la revisione della legge elettorale, disegnata dall’abruzzese Giacomo Acerbo nel 1923, le elezioni del 6 aprile 1924 videro l’affermazione del fascismo, che godette, così, anche del previsto premio di maggioranza: all’apertura della legislatura, Matteotti denunciò le violenze e i brogli che avevano scandito lo svolgimento delle operazioni di voto, chiedendo l’annullamento in blocco dei risultati (maggio 1924). Il 10 giugno 1924, il leader socialista fu sequestrato nei pressi della sua abitazione da alcuni uomini della Ceka fascista, una squadra di polizia politica dipendente dalla Presidenza del consiglio dei ministri, guidata da Amerigo Dumini: Matteotti fu ucciso poco dopo, nella macchina che lo conduceva fuori Roma. Il suo corpo sarà rinvenuto il 16 agosto 1924, a pochi chilometri dalla capitale, in una località chiamata La Quartarella.

I processi

Il gruppo di uomini che il 10 giugno 1924 rapì e uccise Giacomo Matteotti era formato da Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, mentre entrarono nel complotto, a vario titolo, Filippo Panzeri, Aldo Putato, Otto Thierschald, Filippo Filippelli, Giovanni Marinelli, Cesare Rossi. La composizione di questo gruppo non avvenne per caso: Cesare Rossi era il responsabile dell’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio dei ministri, definito da Mauro Canali eminenza grigia del fascismo[8]; Albino Volpi, già utilizzato da Mussolini per lanciare, nel 1919, una bomba su un corteo socialista, era un fedelissimo del duce, che lo definì «la pupilla di uno dei miei occhi»[9], ed intorno a lui ruotavano gli Arditi milanesi, tra cui Aldo Putato, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo, Augusto Malacria e Filippo Panzeri; Otto Thierschald, austriaco, già arrestato per spionaggio durante la prima guerra mondiale, fu utilizzato come basista, gravitante nell’orbita del partito socialista; Amerigo Dumini, che guidò il gruppetto della Ceka fascista (assunto presso il «Corriere Italiano» di Filippelli per meriti politici), «era noto in questura come una “persona di fiducia del Rossi”»[10].

Dopo il rapimento di Matteotti, l’istruttoria venne affidata inizialmente ad Amadio Grossi, consigliere incaricato dell’Ufficio istruzioni del Tribunale di Roma, coadiuvato dal giudice istruttore Alfredo Occhiuto; il 17 giugno 1924, la Procura Generale avocò a sé l’istruttoria e l’affidò a Mauro Del Giudice, presidente della Sezione d’Accusa, affiancato da Guglielmo Tancredi, sostituto procuratore generale. Il lavoro avviato da Del Giudice e Tancredi portò, in breve, all’arresto degli esecutori e di alcuni dei mandanti. Non solo: nelle indagini furono coinvolti anche Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del PNF, e il Capo della Polizia, De Bono, per il quale, al solo fine di poter procedere nell’indagine con la massima autonomia, non fu sporta alcuna denuncia presso il Senato (di cui faceva parte), il solo organismo deputato a giudicare i senatori.

I protagonisti del delitto, mandanti ed esecutori, furono molto reticenti e tentarono in ogni modo di confutare le tesi che volevano l’esistenza della Ceka: tutto ciò era chiaramente funzionale alla linea difensiva adottata, fondata sull’involontarietà del crimine.

Nonostante gli sforzi profusi, le prime ammissioni di Rossi e Marinelli confermarono l’esistenza dell’organismo di polizia segreta; Rossi, addirittura, giunse a sostenere che la Ceka «era stata fortemente voluta da Mussolini, il quale aveva ritenuto necessaria la sua costituzione poiché “il regime non dispone ancora di mezzi legali per colpire i suoi nemici perché le leggi esistenti risentono dello spirito liberale contro il quale è insorto il fascismo”; “per colmare queste lacune – aveva concluso Mussolini – tutti i governi allo stato di transizione hanno bisogno di organi illegali che mettano a posto gli avversari”»[11]. Il regime si tolse dall’impasse con alcune mosse che, come è evidente, vanno ad incrociarsi con le vicende politiche che scandiranno il passaggio al totalitarismo, il cui inizio è generalmente fatto coincidere con il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925: al 4 settembre 1925, Mauro Del Giudice e Guglielmo Tancredi erano stati sostituiti rispettivamente da Antonio Albertini e Nicodemo Del Vasto, quest’ultimo cognato di Farinacci. Il 9 ottobre 1925, Del Vasto presentava la sua requisitoria con le relative richieste, mentre il 1° dicembre successivo la Sezione d’Accusa rendeva nota la sentenza istruttoria: il mandato di Rossi e Marinelli agli esecutori era limitato all’ordine di sequestro di Matteotti e la sua uccisione fu involontaria, causata da una serie di circostanze che resero maldestra l’esecuzione. Si trattava, dunque, di omicidio preterintenzionale: per giungere a ciò, Del Vasto aveva scisso il crimine in due fasi (sequestro e omicidio), l’una indipendentemente dall’altra. I rinviati a giudizio furono i 5 esecutori (Dumini, Volpi, Viola, Malacria, Poveromo), per i quali, tuttavia, le responsabilità già venivano ridotte al minimo in seguito alle decisioni dell’istruttoria: Putato, Thierschald e Panzeri furono prosciolti (i primi due per non aver commesso il fatto, l’altro per insufficienza di prove), mentre Rossi, Marinelli e Filippelli, indicati i primi due come mandanti del sequestro e l’ultimo come partecipante, furono messi in libertà poiché il reato loro contestato fu era stato estinto dall’amnistia del 31 luglio 1925. Erano, infine, negate responsabilità di persone al di sopra di Rossi e Marinelli (cariche statali e di partito).

Con queste premesse, prese avvio il processo, che si tenne a Chieti: l’avvocato difensore dei 5 rinviati a giudizio fu Roberto Farinacei, segretario nazionale del PNF. Con sentenza del 24 marzo 1926, la Corte di Assise di Chieti assolveva Viola e Malacria per non aver commesso il fatto e condannava Volpi, Dumini e Poveromo a 5 anni, 11 mesi e 20 giorni di reclusione, dei quali 1 e 9 mesi circa già scontati. Restavano da scontare 4 anni e 2 mesi: in base all’art. 4 del decreto legge n. 1277 del luglio 1925, i condannati scontarono una pena di soli 2 mesi.

Il processo Matteotti fu riaperto in seguito alle leggi di defascistizzazione, che seguirono la caduta del fascismo e la fine della guerra: celebrato tra il 22 gennaio ed il 4 aprile 1947 a Roma, il secondo procedimento, inserito nella più ampia questione dell’epurazione, finì per rivestire, di nuovo, una grandissima importanza politica[12]. A causa delle spiccate connotazioni politiche, tanto il processo di Chieti quanto quello di Roma si presentano speculari, ancorché con opposti intenti: in entrambi i casi vi era un processo di trasformazione politica in atto e ad esso si adattò lo spirito del dibattimento. Così, se il primo processo di Chieti risentì in maniera palese della situazione creata dal fascismo, che terminava di delineare con nettezza i suoi tratti totalitari, così il processo romano doveva rispondere alle questioni poste da una nuova stagione politica, questioni che non sempre e non necessariamente rispondevano ai canoni della giustizia propriamente detta.

Il secondo processo Matteotti avrebbe potuto rappresentare una buona occasione per far luce non soltanto su quel crimine che si consumò nel 1924, ma su un intero sistema di potere.

Mauro Canali ha abbondantemente dimostrato che il delitto maturò, prima che per questioni squisitamente politiche, per questioni economiche ed affaristiche. Nelle leggendarie carte che Matteotti portava con sé al momento del sequestro vi era, con molta probabilità, la requisitoria che denunciava non soltanto un bilancio dello Stato truffaldino ma anche il coinvolgimento nell’affare Sinclair Oil di eminenti personalità del fascismo e del governo. Ciononostante, il processo di Roma si presentò non privo di grosse mancanze.

Innanzitutto va rilevato il rifiuto opposto dal governo americano, che non soddisfece le richieste del giudice istruttore Gennaro Giuffrè, circa la trasmissione del cosiddetto testamento di Dumini, nel quale vi era l’esplicita ammissione della premeditazione dell’omicidio, il chiaro riferimento alla componente affaristica e le allusioni sul ruolo di Rossi e del regime nel delitto. I vertici americani si trincerarono dietro l’etica professionale dei due avvocati texani ai quali Dumini aveva consegnato le sue carte. In realtà, sullo sfondo vi era il ruolo di corruttore svolto da una società americana nei confronti del governo fascista: all’epoca in cui si aprì la seconda istruttoria, gli americani erano ancora ben presenti in Italia, anzi aumentavano il loro peso politico nel nostro paese. Così, una delle componenti principali del delitto, quella affaristica, peraltro presa in considerazione nella prima istruttoria, finì per scomparire anche dal secondo processo, nonostante Giacomo Acerbo avesse contribuito a sollevare qualche dubbio su questo specifico aspetto. Nelle sue dichiarazioni, infatti, spicca un preciso riferimento alla commistione tra affarismo e politica a proposito di Aldo Finzi, sottosegretario all’Interno e uno degli uomini coinvolti nell’affaire Sonclair Oil: «Quando Mussolini mi diè incarico di comunicare a Rossi e a Finzi che era suo desiderio si dimettessero, egli si espresse in questi termini: “Finzi si deve dimettere perché è chiacchierato per affarismo e Rossi perché è un intrigante, con le sue conventicole”»[13]. Legare il nome di Finzi al delitto, significava confermare i legami tra affare Sinclair e omicidio.

Motivazioni palesemente politiche furono alla base di altre importanti mancanze. A parte l’assenza di Putato, che non fu chiamato a deporre (nel 1924 aveva dato una serie di importanti indicazioni sull’omicidio e sui mandanti, poi ritrattate), si dovette rilevare l’assenza di Kurt Suckert, meglio noto come Curzio Malaparte: sulla sua deposizione del 1926, che aveva prefigurato uno scenario inverosimile nel quale inserire l’omicidio di Matteotti (la vendetta per l’uccisione del fiduciario dei fasci esteri, Nicola Bonsservizi, in Francia), Dumini aveva basato la sua difesa, giungendo, infine, a dichiarare la preterintenzionalità del delitto. Un’eventuale deposizione veritiera di Malaparte avrebbe, con ogni probabilità, contribuito a far luce sul movente del delitto e sui personaggi coinvolti, esecutori e mandanti. Curzio Suckert Malaparte, a quell’epoca, era iscritto al PCI; non è dunque da escludere che «la rievocazione in un processo della militanza fascista di Malaparte in un non lontano passato avrebbe sicuramente rappresentato un elemento di imbarazzo per il Pci per i criteri che aveva assunto la sua politica di reclutamento degli intellettuali»[14]. Ciò, in definitiva, rappresenta il motivo per cui l’affermato scrittore non fu chiamato a deporre.

Ancorché la sentenza del secondo processo avesse stabilito, a fronte delle ridicole pene comminate nel 1926, l’ergastolo per Dumini e Poveromo, l’intero secondo procedimento non si discostò molto dalle logiche che sottesero all’intera questione epurativa. Anzi, in quelle logiche era perfettamente calato. I motivi addotti da Canali circa la mancata convocazione di Malaparte rappresentarono un problema reale, anzi il problema reale dell’Italia post-fascista: la vicenda di Domenico De Ritis, uno dei tutori dei figli di Matteotti, è molto indicativa e, per alcuni versi, presenta le medesime logiche che portarono il PCI a proteggere la nuova militanza di Malaparte. De Ritis, noto al capo della polizia fascista con il nome di Tisde, era in realtà un fidato confidente che, lungi dal fare gli interessi della famiglia Matteotti (come si affrettò a dire ai magistrati che lo processarono per appartenenza all’Ovra, sostenuto nella difesa anche dai figli del deputato socialista), aveva permesso alle strutture poliziesche di controllare tutte le trame antifasciste che ruotavano attorno alla famiglia Matteotti. Era stato proprio De Ritis ad indurre Velia Matteotti a richiedere l’aiuto economico al regime fascista (regolarmente erogato) dopo aver fatto naufragare i contatti con gli ambienti antifascisti fuorisciuti. I figli di Giacomo Matteotti non furono presenti al secondo processo. Può essere utile aggiungere che De Ritis, in tempi passati vicino a Matteotti e all’epoca del secondo processo iscritto con il partito socialista, poteva tenere in scacco anche l’alto commissario Nenni, il quale da questa vicenda avrebbe ricavato soltanto una valanga di polemiche e, probabilmente, di fango per il suo partito[15].

Sostanzialmente, il secondo processo non aggiunse nulla a quanto già si sapeva, anche se vi sono alcuni aspetti da focalizzare: la possibile novità poteva essere rappresentata dal tentativo di legare l’omicidio di Matteotti ad altri fatti ad esso precedenti, come le aggressioni a Forni, Misuri, Amendola, la devastazione del villino Nitti, il sequestro di Mazzolani. Questa intuizione avrebbe condotto, e di ciò rendono conto le carte del secondo procedimento, a dimostrare l’esistenza della Ceka fascista, con le relative responsabilità di tutti gli attori che entrarono a far parte della vicenda.

Parlarono della Ceka diversi testi: ne parlarono, ad esempio, la moglie e il fratello di Finzi (quest’ultimo da Parigi), che riferirono, tra le altre cose, dell’inesistenza della famosa lettera-testamento dell’ex sottosegretario all’Interno, distrutta praticamente subito. In particolare Gino Finzi sostenne che tanto l’aggressione ad Amendola quanto l’uccisione di Matteotti erano state opera della Ceka «che dipendeva dall’ufficio stampa presso la Presidenza del Consiglio»[16]. Anche Cesare Rossi parlò chiaramente dell’esistenza di una «squadra di difesa del partito che poi fu chiamata sui giornali la Ceka» ad alla quale egli non fu estraneo[17].

Ciò che colpisce del secondo processo è che esso si presenta come bloccato su alcune tematiche: non si approfondirono le connessioni tra affari e politica, non si valutò, con la dovuta attenzione, il processo a carico di De Bono che a suo tempo fu condotto dall’Alta corte del Senato, non si assegnò il dovuto credito e seguito alle dichiarazioni di Salvatore Girgenti, un industriale romano di origine siciliana, che riportò a Berlinguer in un memoriale quanto gli avrebbe riferito, a cavallo tra il 1926 e il 1927, Alberto Salucci, che sostenne l’accusa a carico dei sicari di Matteotti nel primo processo. Secondo tale versione, Salucci avrebbe, per sua ammissione, distrutto alcuni documenti compromettenti per i massimi esponenti del fascismo e modificato, con l’aiuto di un esperto calligrafo, quegli altri che risultò impossibile sottrarre senza sollevare sospetti[18].

Su questo preciso episodio, si riporta (e in più di una occasione) anche Cesare Rossi nel suo memoriale, inviato all’alto commissario per i delitti fascisti, Mario Berlinguer, il 28 agosto 1944. L’ex responsabile dell’ufficio stampa della Presidenza del consiglio fece allusioni neppure molto velate alla possibile manipolazione degli atti processuali e al ruolo di Mussolini[19].

Non fu fatto molto per dare definitiva chiarezza a tali non irrilevanti questioni, così come, alla conclusione del procedimento, risultarono irrilevanti le ammissioni di Rossi, che, da parte sua, dimostrò un acume politico non indifferente. La sua linea difensiva, fatta di mezze verità e di mezze bugie, si rivelò vincente: Rossi usufruì dell’amnistia relativamente alla costituzione della Ceka e all’organizzazione del sequestro del deputato socialista e fu prosciolto dall’accusa di correità per il delitto. Restarono a subire il processo gli esecutori materiali dell’omicidio, cioè Dumini e Poveromo (Viola era contumace, gli altri deceduti). Con il processo a carico dei soli esecutori materiali del delitto, scomparirono molte questioni politiche.

Per i due imputati detenuti fu sancita la pena dell’ergastolo, commutata in 30 di carcere per via dell’art. 9 del decreto presidenziale 4/1946. Nel 1951, sulla scorta di altri provvedimenti legislativi, la pena ai due venne condonata di altri 11 anni. Poveromo morì in carcere a Parma nel 1952, mentre Dumini, dopo la concessione della libertà condizionale il 22 marzo 1956, fu sollevato l’anno successivo da ogni debito con la giustizia.

[1] Redatti tra il 1901 ed il 1902, queste note apparvero sull’«Almanacco Socialista Italiano» del 1925 (C. Lazzari, Come si facevano una volta i buoni socialisti): le imprecisioni sono rilevabili, in particolare, nelle date di morte del padre, Girolamo, del fratello maggiore, Matteo (secondo Lazzari, Matteo sarebbe morto dopo Girolamo; in realtà, il primo morì nel 1909 e l’altro nel 1902) e in quella del fratello minore Silvio, deceduto, secondo le notizie contenute nell’«Almanacco», nel 1914 a 27 anni, nella realtà nel 1910 a soli 23 anni.

[2] M. Canali, Matteotti, Giacomo, in V. De Grazia-S. Luzzatto (a cura di), Dizionario del Fascismo. Vol. II, Torino, Einaudi, 2003, p. 114. Lo studioso romano aggiunge che «Matteotti era altresì convinto che molti riformisti avessero dimenticato il fine, sostituendolo con il mezzo»: ciò, ovviamente, comportò molti contrasti con la componente socialista facente capo a Filippo Turati.

[3] M. Canali, Il delitto Matteotti, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 25.

[4] G. Matteotti, Discorsi parlamentari. Vol. III, Roma, Colombo, 1970, p. 1510. Lo slancio antimilitarista, cui si associò, spesso, un autentico furore, lo condusse in alcuni casi a prendere dei clamorosi errori, come nel giugno 1916, quando si oppose alla proposta di uno stanziamento straordinario di fondi per le popolazioni profughe del Vicentino che, in fuga dalle loro terre a causa della Strafexpedition austriaca, stavano affluendo nella provincia di Rovigo.

[5] Prima dell’internamento, Matteotti tenne numerosi comizi antimilitaristi, uno dei (2 maggio 1915) fu seguito da numerosi tafferugli tra i manifestanti e le forze dell’ordine.

[6] M. Canali, Matteotti, Giacomo, cit., p. 115.

[7] Le tesi di Mauro Canali, sicuramente le più esaustive per la ricostruzione dell’omicidio e per le motivazioni che lo determinarono, sono basate su una immensa mole documentaria e sono esposte nel citato volume Il delitto Matteotti. Sulla scia dei suoi studi, altri studiosi hanno sposato la tesi del movente affaristico come elemento principale dell’eliminazione del deputato socialista (ultimo, in ordine di tempo, M. Benegiamo, A scelta del Duce: il processo Matteotti a Chieti, L’Aquila, Textus, 2006).

[8] M. Canali, Cesare Rossi. Da rivoluzionario a eminenza grigia del fascismo, Bologna, Il Mulino, 1991..

[9] M. Canali, Il delitto Matteotti, cit., p. 308.

[10] M. Canali, Il delitto Matteotti, cit., p. 315.

[11] M. Canali, Il delitto Matteotti, cit., p. 358. Le frasi riportate fanno parte di un memoriale che Rossi inviò ai giudici l’11 febbraio 1925.

[12] Sin dalla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, si cominciò a parlare di sanzioni contro il fascismo anche se il primo, vero provvedimento organico e di spessore arrivò nel luglio 1944, dopo, cioè, la la costituzione del primo governo ciellenista del paese. Il DLL 27 luglio 1944 n. 159, da più parti definito la Magna Charta dell’epurazione, dotava la struttura guidata da un Alto commissario per le sanzioni contro il fascismo (del quale, peraltro, si indicavano ampi poteri e competenze) di una serie di strumenti idonei ad intervenire sull’intero sistema sociale italiano: erano infatti individuati quattro settori, ciascuno guidato da un Alto commissario aggiunto, relativi alla pubblica amministrazione (le cui sanzioni erano a carattere amministrativo), ai reati fascisti (a carattere penale), all’avocazione dei profitti di regime ed alla liquidazione dei beni fascisti: i quattro esponenti politici individuati per ricoprire le cariche (Scoccimarro, Berlinguer, Cingolani, Stangoni) appartenevano ai maggiori partiti ed erano coordinati da Carlo Sforza, chiamato a ricoprire la carica di Alto commissario. Il decreto, infine, istituiva un’Alta corte di giustizia che avrebbe dovuto giudicare i massimi gerarchi del fascismo.

[13] La deposizione dell’8 febbraio 1945 di Giacomo Acerbo è in Archivio di Stato di Roma, busta 464, volume 79. La sottolineatura è nel documento originale.

[14] M. Canali, Il delitto Matteotti, cit., p. 601.

[15] Per la figura di De Ritis e per i suoi rapporti con la famiglia Matteotti, si rinvia a M. Canali, Il delitto Matteotti, cit., pp. 577-605.

[16] Dichiarazione di Gino Finzi, in Archivio di Stato di Roma, busta 464, volume 79.

[17] Il memoriale di Rossi del 28 agosto 1944 è in Archivio di Stato di Roma, busta 463, volume 72.

[18] La deposizione scritta di Girgenti del 21 agosto 1944 è in Archivio di Stato di Roma, busta 463, volume 72.

[19] Il memoriale di Rossi del 28 agosto 1944 è in Archivio di Stato di Roma, busta 463, volume 72.